Disinformazione internet. La risposta all‘articolo „Lituania: l’identità nazionale e la rivisitazione del passato”
Le nebbie che in Italia continuano ad avvolgere la storia dei Paesi Baltici in generale e della Lituania in particolare non sembrano affatto diradarsi, ma invece quotidianamente infittirsi. Anziché fornire un aiuto nel superamento di vecchie, interessate falsità storiografiche artatamente prodotte, la rete è inondata di articoli brevi e superficiali, che si presentano persino come espressione di centri di ricerca, ma che in realtà (scritti anche in un italiano zoppicante, perchè prodotti altrove) falsificano la realtà storica, approfondendo il disorientamento e la già grave disinformazione su Paesi da più di quindici anni membri delle nostre istituzioni sovranazionali.
È il caso recente dell’articolo Lituania: l’identità nazionale e la rivisitazione del passato, apparso su “Eάst Journal”, 3 maggio 2017, a firma Jessica Valisa (http://www.eastjournal.net/archives/82986). Questo inizia con un’accusa di “riaccomodamento del passato” lituano, senza indicare chi ne siano gli autori. Un autentico paradosso, perché segue una valanga di banalità, semplificazioni e luoghi comuni sulla storia lituana, che rivelano il totale disinteresse per il suo studio (e la sua divulgazione). La tesi di base è che il Paese si fondi su un’“identità costruita” e che sia un’invenzione recente. Il giornalista cita però inavvertitamente il regno di Mindaugas (1236-1263) - riconosciuto allora dal Papa come re - senza sapere che, per complesse cause storiche e internazionali (comunque le si voglia valutare), l’attuale Repubblica di Lituania ha finito per corrispondere geograficamente (già nel 1918) proprio con quelle terre abituate anticamente dai Lituani (la c.d. “Lituania etnica”). Inoltre, in tutti i più documentati libri sulla storia lituana l’identità emerge quale reazione costante a e prodotto - fra i più solidi del mondo - di una plurisecolare minaccia di estinzione. Anche i maggiori studi teorici sulle etnie e le nazionalità riportano invariabilmente il caso lituano come esempio paradigmatico di lotta inesausta per la difesa di un’identità fra le più radicate e tenaci della storia, difesa fieramente con tutti i mezzi disponibili (anche con la lotta armata: 1944-1953) e che è coincisa nei secoli con l’aspirazione all’indipendenza politica e alla libertà. Il desiderio indomito di conservarsi e sopravvivere ha consentito ai Lituani di togliersi alla fine le catene delle occupazioni. Il luogo comune sulla “riscoperta ottocentesca dello spirito nazionale” contadino e sulla standardizzazione di una lingua (si noti: la più antica lingua indoeuropea vivente e attuale patrimonio dell’umanità e degli studi di linguistica comparata) “promossa (artificialmente) come lingua nazionale” ma priva di diffusione (e di dignità letteraria) è falso. Innanzi tutto il Lituano è stato rinvigorito (e stabilizzato in forma scritta) all’epoca della Riforma, per raggiungere il popolo con scritti e prediche. Inoltre, la lingua lituana oltre a molte altre lingue era parlata nella corte del Granducato e nelle sue terre. Poi nei secoli XVI-XVIII i nobili del Granducato, indipendentemente dalle loro origini etniche, si consideravano Lituani. Il problema è che per secoli la lingua è stata protetta nelle campagne (di qui il miracolo della sua preservazione in forma antica e del suo carattere “conservativo” in massimo grado), per non essere annientata, come avvenne con la lingua di ceppo baltico dell’Antico Prussiano (o borusso) e ad altre innumerevoli etnie e lingue dello stesso ceppo, oggi estinte. Si pensi alle scuole clandestine nel periodo della dominazione zarista e al contrabbando di libri in lituano dalla Lituania minore (Prussia Orientale) nel XIX secolo, in risposta all’offensiva linguistica e culturale imperiale russa seguita alla repressione della rivolta del 1863, che non colpì affatto solo i Lituani, ma anche i Polacchi. Solo le condizioni di indipendenza e autogoverno politico hanno consentito il suo riemergere, il suo riaffermarsi, la riconquista di una dignità, la sua protezione e il suo salvataggio: ma non grazie a un’operazione artificiale di classi politiche aristocratiche che ne parlassero una diversa (come poteva essere in epoca medievale, nella quale “diritto di cittadinanza” era riconosciuto solo alla componente nobiliare), bensì con la liberazione di uno strato linguistico e culturale già esistente e diffuso da secoli nella Lituania originaria (i censimenti dei Lituani però sono risultati alterati per l’appartenenza religiosa e altri fattori di equivoco); una liberazione consentita dall’indipendenza promossa e conquistata da una classe politica di origine contadina (come era la stragrande maggioranza dei suoi componenti, fino al periodo dell’Indipendenza fra le due guerre del Novecento: cosa facilmente rilevabile statisticamente).
Il pezzo contiene poi errori marchiani nelle denominazioni, quali “Il Ducato Polacco-Lituano”, che non è mai esistito, dato che si sono avuti il Regno di Polonia e il Granducato di Lituania uniti nella Confederazione delle due nazioni. Inoltre, la storia di questa (erroneamente definita) compagine politica viene fatta risalire al 1569, mentre inizia molto prima, nel 1385, con l’Unione dinastica di Kreva (matrimonio fra Jogaila e Edwige d’Anjou): con il risultato che quella storia è durata quattro secoli, fino al 1795, come universalmente noto, non dal 1569 (Unione di Lublino) e non fino al 1772, come vorrebbe l’Autore. Quanto al periodo interbellico di Indipendenza (1918-1940), le informazioni false sulla storia lituana sono particolarmente gravi: non vi fu infatti alcuna “lituanizzazione” del sistema scolastico, ma il pieno rispetto del pluralismo culturale (come facilmente rilevabile dalla testimonianza diretta di Nicola Turchi nei suoi scritti), l’alfabetizzazione dell’intera popolazione (nel periodo zarista metà era analfabeta) e delle sue minoranze etniche nelle loro lingue, finanziata dalla Repubblica. Inoltre, il Presidente Antanas Smetona, fu sempre in rapporti stretti e di amicizia con la vastissima popolazione ebraica e le sue organizzazioni, guadagnandosi infatti per questo, dopo la violenta occupazione sovietica del 1940, che distrusse l’equilibrio interetnico esistente, anche accuse di eccessiva familiarità. Particolarmente denigratorio è poi il paragrafetto sulla “narrazione nazionale”. Non esiste storia (seria e documentata) della Lituania, ovunque sia stata prodotta e in qualsivoglia lingua, che non ricordi la sua straordinaria ricchezza pluriculturale e tutto quello che il Granducato, esempio di convivenza unica in Europa (ai tempi delle espulsioni e delle pulizie etnoreligiose negli altri Stati d’Europa) ha dato alla storia europea, così come la tragedia della Shoah, il fenomeno del collaborazionismo (comune a tutti i Paesi europei) e il disastro dell’annientamento della componente ebraica, parte integrante della plurisecolare storia lituana. Quello che invece non viene mai ricordato dalle ricostruzioni interessate è che nello Yad Vashem, a Gerusalemme, i Lituani figurano al secondo posto per numero fra i “Giusti fra le Nazioni” (circa 830, ma altri vengono riconosciuti postumi ogni anno). A quest’opera parteciparono persone semplici e intellettuali, sacerdoti e contadini, seminari e monasteri. Secondo i dati del Museo Nazionale Gaon di Vilnius (creato dopo l’Indipendenza Lituana del 1990), il numero totale di salvatori lituani di Ebrei ammonta a più di 7.000. Più di 2300 sono state le famiglie impegnate nel salvataggio. Nemmeno le rappresaglie contro queste persone, che dimostrarono un altruismo senza paragoni, riuscirono a scoraggiare i Lituani dal salvare gli Ebrei minacciati di sterminio: cosa che non accadde certo in tutti i Paesi d’Europa. Infine, i collaboratori locali nei massacri furono macchiati nel Paese da un infamante stigma sociale ed espulsi per sempre da ogni attività civile. Inoltre, non viene mai ricordato il fatto che i nazisti non riuscirono mai a formare in Lituania (a differenza di molti altri Paesi dell’Europa occidentale) formazioni SS locali e che coloro che ne boicottarono la creazione finirono deportati a migliaia. L’occupazione nazista e quella sovietica in Lituania corrispondevano a piani identici come due gocce d’acqua (assimilazione, deportazione, insediamento di popolazioni differenti, annientamento dei Lituani nella Prissia Orientale, ecc.). Non esiste affatto una “narrazione vittimistica” della storia lituana da parte della storiografia più documentata, ma il ristabilimento, finalmente, di verità storiche a lungo ignorate o volutamente falsificate per giustificare dominazioni imperiali, prepotenze e politiche annientatrici. La Lituania ha perso un terzo della sua popolazione fra il 1940 e il 1953, a causa di repressioni, deportazioni, violenze inenarrabili e di una magnitudo storicamente incomparabile. Il fine dell’estinzione dei Lituani e della trasformazione del lituano in lingua morta, già dichiarato dai più violenti luogotenenti zaristi e perseguito poi dalle politiche staliniane di ingegneria delle popolazioni, mediante indicibili orrori e terrore, non è stato tuttavia raggiunto. Le minacce (ormai antistoriche) però continuano e passano anche attraverso contemporanee falsificazioni della storia come queste, che preparano il terreno a future legittimazioni di politiche imperiali, in tutto simili a quelle già viste in passato, che dovrebbero invece finalmente appartenere alla storia.
Sezione Baltic Studies, Università degli Studi di Milano